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È morto Gianluca Vialli, il calcio in lutto.

È morto Gianluca Vialli, il calcio in lutto.

Da anni aveva scoperto di avere un tumore al pancreas. Negli ultimi giorni le sue condizioni di salute si erano aggravate. Alle 10 di venerdì 6 gennaio la notizia della sua morte in una clinica di Londra.

La morte di Gianluca Vialli, ex attaccante di Juve e Sampdoria e capodelegazione della Nazionale, arriva pochi giorni dopo altri due gravi lutti nel mondo del calcio, quello di Pelè e dell’amico Siniša Mihajlović.

La famiglia di Vialli ha confermato la morte dell’ex campione con una nota. «Con incommensurabile tristezza annunciamo la scomparsa di Gianluca Vialli - fanno sapere -. Circondato dalla sua famiglia è spirato la notte scorsa dopo cinque anni di malattia affrontata con coraggio e dignità. Ringraziamo i tanti che l’hanno sostenuto negli anni con il loro affetto. Il suo ricordo e il suo esempio vivranno per sempre nei nostri cuori».

La storia di Gianluca Vialli

Simbolo della favola Samp, ultimo capitano della Juventus ad alzare al cielo la Champions, quell’abbraccio col gemello Mancini sul prato di Wembley a chiudere un cerchio lungo quasi trent’anni. Basterebbero anche queste tre istantanee per riassumere Gianluca Vialli: quell’indesiderato compagno di viaggio se l’è portato via ad appena 58 anni , era nato a Cremona il 9 luglio 1964. È stata una lotta lunga e sofferta, sin da quella prima diagnosi ricevuta nel 2017: tumore al pancreas. Un male che Vialli non nasconde, anzi, ne parla pubblicamente, spiegando che «con il cancro non ci sto facendo una battaglia perché non credo che sarei in grado di vincerla, è un avversario molto più forte di me - aveva raccontato - Il cancro è un compagno di viaggio indesiderato, però non posso farci niente. È salito sul treno con me e io devo andare avanti, viaggiare a testa bassa, senza mollare mai, sperando che un giorno questo ospite indesiderato si stanchi e mi lasci vivere serenamente ancora per tanti anni perché ci sono ancora molte cose che voglio fare». Ma il cancro non si è stancato. Che la situazione fosse peggiorata lo si era intuito lo scorso 14 dicembre, quando Vialli annunciava di essere costretto a lasciare temporanemente il suo ruolo di capo delegazione della Nazionale.

«Al termine di una lunga e difficoltosa trattativa con il mio meraviglioso team di oncologi ho deciso di sospendere, spero in modo temporaneo, i miei impegni professionali presenti e futuri. L’obiettivo è quello di utilizzare tutte le energie psico-fisiche per aiutare il mio corpo a superare questa fase della malattia, in modo da essere in grado al più presto di affrontare nuove avventure e condividerle con tutti voi». In quel ruolo lo aveva voluto fortemente il ct Roberto Mancini, amico di una vita. Un rapporto iniziato alla Samp, dove Paolo Mantovani lo porta nel 1984 dalla Cremonese, strappandolo alle big.

Nato ala, presto Vialli si trasforma in un centravanti completo: ha tecnica, forza, velocità, fiuto del gol, le sue acrobazie gli varranno il soprannome Stradivialli, copyright Brera. E quella Samp farà meraviglie: sotto la guida di Boskov, in un mix di talento ed esperienza, i ’gemelli del gol’ Vialli e Mancini portano i blucerchiati a vincere tre coppe Italia, una Coppa delle Coppe e soprattutto uno storico scudetto. La finale di Wembley in Coppa dei Campioni persa contro il Barcellona nel ’92 la pagina più dolorosa, anche perchè l’ultima gara in maglia Samp prima del passaggio alla Juve.I primi anni in bianconero sono difficili, poi con l’arrivo di Lippi la svolta: arriva prima uno scudetto atteso dai tempi di Platini e poi, nel ’96, la Champions che Vialli alza verso il cielo di Roma da capitano, quasi ripagandolo della beffa di quattro anni prima.

Poi l’Inghilterra, pioniere del calcio che verrà, dove si toglie altre soddisfazioni al Chelsea, sia in campo che nella veste di allenatore-giocatore vincendo una Coppa di Lega, una FA Cup, una Coppa delle Coppe e una Supercoppa Europea.Ci sarà spazio per un’ultima esperienza da tecnico nel Watford di Elton John prima di intraprendere un altro percorso da opinionista tv. Poi la comparsa del male, la chiamata del Mancio che lo vuole al suo fianco, la splendida cavalcata degli azzurri agli Europei del 2021 terminata in quel lungo abbraccio a Wembley, che li ripaga entrambi non solo della delusione in maglia blucerchiata ma anche di una carriera in Nazionale che aveva riservato loro più dolori che gioie. Quel suo farsi da parte si sperava fosse solo un arrivederci, in attesa magari di un gol in rovesciata che mandasse definitivamente al tappeto il suo male. Ma così non è stato e il calcio italiano è costretto a piangere l’ennesimo campione che va via troppo presto.

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